Al Pirelli HangarBicocca

Al Pirelli HangarBicocca

Al Pirelli HangarBicocca di Milano, in via Chiese 2, dal giovedì alla domenica è in scena l’arte contemporanea.
I 15.000 m2 dell’ex stabilimento industriale accolgono, in mostra permanente o temporanea, opere di grande respiro, come l’installazione lunga 22 metri di Fausto Melotti, le sette “torri” alte fino a diciotto metri di Anselm Kiefer o le “sculture di luce” di Cerith Wyn Evans. La mostra inizia già all’aperto poco prima di raggiungere lo Shed, l’edificio di mattoni a vista degli anni Venti in cui si apre l’ingresso del museo: qui si staglia La Sequenza (1981) di Fausto Melotti (Rovereto 1901-Milano 1986). Il poliedrico artista, pioniere dell’astrattismo, che aveva frequentato l’Accademia di Brera dopo essersi laureato in Ingegneria al Politecnico di Milano e diplomato in Pianoforte al Conservatorio, mostra in quest’opera la propria vena razionalista.
La Sequenza è composta di pannelli rettangolari monocromatici color ruggine in acciaio corten, resistente alla corrosione, disposti ritmicamente, in una alternanza di pieni e di vuoti, su tre linee parallele, come quinte teatrali, a comporre l’idea di un edificio aperto e chiuso insieme, un luogo “sacro” ma accessibile, un moderno “tempio” dell’arte.

Ricordiamo che al Terminal 1 dell’aeroporto di Milano-Malpensa, nell’area “La Porta di Milano”, c’è un’altra opera altrettanto bella e significativa di Fausto Melotti, in mostra fino al 29 febbraio 2020: i Sette savi (1961). I sette saggi dell’antica Grecia elencati da Platone, fra cui Talete di Mileto, connubio tra sapienza ed etica, capaci di condensare in motti le loro perle di saggezza, tra le quali “conosci te stesso”, erano stati commissionati per il Liceo Classico Carducci di Milano. Le statue, in pietra di Viggiù, poste in cerchio come a ricreare l’agorà, la piazza della polis greca, sono figure ieratiche simili tra loro, raffiguranti esseri umani stilizzati in cui sono assenti le braccia e si enfatizza il capo come sede del pensiero. Il numero sette non è casuale in quanto corrispondente ai sette “pianeti” che si conoscevano nell’antichità da cui prendeva l’avvio la speculazione filosofica. La fruizione delle  opere presenti al Pirelli HangarBicocca lo ricordiamo, è gratuita, poiché scopo dichiarato della Fondazione è favorire la conoscenza dell’arte contemporanea.

Le installazioni che richiedono ampi spazi trovano la loro collocazione ideale tra le Navate e il Cubo. Le Navate, dall’altezza di oltre 25 metri e dalla superficie di 9.500 m2, erano in origine un capannone industriale della Società Italiana Ernesto Breda, azienda fondata nel 1886 per la produzione di locomotive e carrozze ferroviarie. La struttura è stata costruita negli anni Sessanta del Novecento per montare e collaudare macchine di grande potenza. Il restauro ha conservato il fascino di questo spazio di “archeologia industriale” milanese, il colore delle pareti interne è scuro e uniforme e la luce è esclusivamente artificiale. Il Cubo, un edificio del 1955 in cui si testavano le turbine elettriche, ha pianta quasi quadrata e volta a botte, ha la stessa altezza delle Navate e una superficie di 550 m2: raccoglie la luce naturale e ha pareti lasciate volutamente “sporche”. Anselm Kiefer, che è nato in Germania nel 1945 ma vive e lavora in Francia, è presente in mostra permanente fin dall’apertura del Pirelli HangarBicocca nel 2004 con I Sette Palazzi Celesti, che oltre alle “torri” comprende cinque dipinti di grandi dimensioni eseguiti tra il 2009 e il 2013. L’installazione si presenta in simbiosi con lo spazio. Si cammina attraverso un pavimento di cemento tra scheletri di edifici corredati ciascuno di scarni oggetti difficili da scorgere. La collocazione temporale si gioca tra passato, presente e futuro post-apocalittico.

 

C’è un passato remoto: le torri simboleggiano l’ascensione al divino e per la loro ideazione, lo si apprende da un cartellone esplicativo all’entrata, Kiefer si è ispirato al trattato ebraico Sefer Echalot, il Libro dei Palazzi\Santuari, del IV-V secolo d.C.; c’è un passato meno lontano: la distruzione lasciata dalla Seconda guerra mondiale nella Germania postbellica in cui l’artista ha vissuto la sua infanzia; c’è la suggestione di una contemporaneità fatta ancora di guerre, di scenari di distruzione riportati quotidianamente dai media; c’è un futuro cui l’opera può fungere da monito come da amara constatazione. I sette palazzi, pesanti ciascuno 90 tonnellate, ricavati da “cubi” sovrapposti di cemento armato, ai cui muri è stata data una forma ondulata usando come calco pareti angolari di container, poggiano su cunei e libri di piombo, un metallo che nella poetica di Kiefer, che si è dedicato alla mistica ebraica dopo un viaggio a Gerusalemme del 1984, significa “melanconia”.
Tutte le torri, apparentemente in bilico, si assomigliano, ma hanno alcune specificità da indagare di volta in volta. Mi limiterò ad accennare alla prima torre, Sefiroth, che è corredata di “insegne” al neon spente con attributi di Dio quali Binah (Intelligenza), Chochmah (Saggezza), Chesed (Amore), Netzach (Tolleranza)…, elementi che messi insieme rappresentano l’aspirazione al divino del popolo scelto da Dio, ma che qui giacciono come miseri resti abbandonati. Il dipinto Jaipur (2009), una piramide rovesciata sotto un cielo in cui sono indicate le costellazioni, richiama l’indagine di Kiefer sull’ascesi al divino da parte delle civiltà attraverso la costruzione di opere architettoniche imponenti: tentativi votati al fallimento. In Cette obscure clarité qui tombe des étoiles (2011), proposto in due versioni, stelle nere, costituite da semi di girasole, di per sé simboli di vita, diventano vortice in un paesaggio senza traccia di vita. I semi di girasole si trasformano in trombe d’aria sul deserto anche in Alchemie (2012), due tele affiancate su cui si staglia una bilancia che contiene su un piatto semi e sull’altro sale. Die Deutsche Heilslinie (2012-2013) raffigura di spalle l’unica presenza umana, solitaria di fronte a un paesaggio ostile e crepuscolare: l’arcobaleno che unisce Cielo e Terra attraverso la storia del pensiero filosofico tedesco, rappresentato dai nomi di diversi pensatori indicati sulla tela, da Immanuel Kant a Karl Marx, non porta tuttavia alla salvezza. Il deserto di Kiefer è totale: sembra che né il ricorso al divino né il pensiero dell’uomo possano arrestare il processo di decadimento delle civiltà e la distruzione dell’ambiente.

 

Cerith Wyn Evans, nato nel Galles nel 1958, è al Pirelli HangarBococca fino al 23 febbraio con … the Illuminating Gas. La prima opera all’entrata dello spazio delle Navate, che avvolge nell’oscurità di pareti e piloni neri le creazioni dotate di luce propria, sono le sette altissime “colonne rovesciate”, in quanto appese al soffitto e non giacenti sul pavimento, fatte di Led e canne di vetro e denominate StarStarStar/Steer (totransversephoton) (2019). Entriamo così in una “foresta” artificiale fatta di luce. Usciti da quest’area vediamo dispiegarsi, pendenti da lunghi fili, fitti e sottili come linee tracciate a biro nello spazio, le sculture al neon di Evans. Il nome dato alla mostra trae spunto da un’opera di Marcel Duchamp (Essendo dati: 1. La cascata d'acqua, 2. L'illuminazione a gas), il quale aveva già sfruttato ne Il grande vetro le particolari forme circolari (test visivi) che Evas propone in Radiant Fold …the Illuminating Gas (2017-2018).

Spicca per complessità Forms in Space… by Light (in Time) (2017) opera composta da diversi elementi a coprire tutto lo spazio in lunghezza della porzione destra delle Navate, dai più semplici neon circolari e radianti al più caotico corpo centrale, autentico groviglio di linee di luce ancora circolari oppure spezzate, arcuate o lineari; a tutto ciò Evans ha aggiunto in coda appositamente per la mostra un elemento scomposto fatto di due parti simili ma non identiche (2019).
Nella porzione sinistra delle Navate sono collocate tredici opere al neon, Neon Forms (after Noh) (2015-2019), ispirate al teatro Noh giapponese, nelle quali s’intuiscono, “tratteggiati” nello spazio, alcuni movimenti tradizionali di questa forma espressiva. Ma Cerith Wyn Evans non si limita a occuparsi di forme in rapporto con la luce e il movimento. Nell’opera Composition for 37 Flutes (in two parts) (2018) trentasette flauti di cristallo distribuiti a raggiera su due cerchi trasparenti aspirano l’aria e la reintroducono nell’ambiente emettendo suoni. L’associazione tra forme, movimento e suoni si ritrova anche a conclusione del percorso espositivo nello spazio del Cubo. Qui l’artista è presente con opere d’ispirazione diversa a cominciare dall’installazione C=o=n=s=t=e=l=l=a=t=i=o=n (I call your image to mind) (2010).
Sedici dischi sospesi e rotanti, dalle superfici riflettenti, sono anche casse di risonanza di una “colonna sonora” frammentata derivante in parte da invenzioni dell’artista stesso al pianoforte, in parte dalla musica industrial britannica degli anni Settanta che faceva uso di sintetizzatori, in parte da campionature di suoni captati da radiotelescopi.

Con la luce artificiale, attraverso una lunga scritta al neon che sfrutta l’ampiezza del Cubo, l’artista descrive un evento che ha a che fare con luci e ombre naturali: l’eclissi di Sole. Si tratta di E=c=l=i=p=s=e (2015), appunto, in cui sono composte frasi su questo evento che, registrato prima in Spagna, raggiunge infine la Somalia.
In sala, tra varie opere sperimentali, tra cui due coppie di lampadari di Murano a luce intermittente, c’è anche la prima scritta al neon di Cerith Wyn Evans: TIX3 (1994), cioè “Exit” al contrario, a dimostrazione che il fascino del neon suggestiona l’artista da almeno ventisei anni.
Stelle, costellazioni, eclissi: non c’è da stupirsi se Cerith Wyn Evans considera questa mostra “una lettera d’amore dedicata allo spazio”.

Stefania Nigretti
Tutti i diritti riservati

 
Pirelli HangarBicocca
Via Chiese 2 20126 Milano T 02 66 11 15 73
Orari mostre
lunedì-mercoledì: chiuso giovedi-domenica: 10.30-20.30
Orari Bookshop lunedì-mercoledì: chiuso giovedì-domenica: 10.30-19.30