L’utopia bifronte dell’ubiquità

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Realizzare l’ubiquità senza passare per la carne del mondo, le sue incredibili e difficili differenze, il fatto che i luoghi richiedono conoscenza, esperienza, frequentazione significa avere solo un’illusione della ricchezza e profondità del mondo.

È probabile che la maggiore utopia del mondo contemporaneo sia l’idea che è possibile essere allo stesso tempo in tutti i luoghi. Se qualcosa è rimasto dell’impronta teologica occidentale nella deriva della modernità, se qualcosa è rimasto del catechismo recitato da ogni bambino dal Manzanarre al Reno è proprio l’idea che la caratteristica più invidiabile di Dio sia l’onnipresenza. Sembra che il nostro mondo alla vita eterna o all’onnipotenza abbia preferito l’ubiquità, identificando l’ultima caratteristica con la penultima. La storia della navigazione, delle scoperte, del colonialismo, la storia dell’Imperialismo contemporaneo è una storia che si appropria del mondo con l’intenzione di accorciare, di annullare le distanze. Lo sforzo di navigatori, avventurieri, mercanti, eserciti e scienziati è di dimostrare che tutto il mondo è in mano a un’unica organizzazione capace di fare "collassare" le distanze.
La velocità e la sua invenzione - ed è interessante che qualcuno parli di invenzione della velocità come se fosse qualcosa a cui non si era pensato prima, almeno nei termini in cui la viviamo noi - sono una maniera di arrivare al limite oltre il quale, non è la velocità in sé importante – come credevano i futuristi, ad esempio – ma è l’annullamento della distanza. La velocità non è più da godere, o almeno non lo è da un bel po’, da quando le automobili vanno veloci senza che uno se ne accorga e gli aerei sembrano dei pullman che allontanano dai passeggeri anche la più lontana idea del volo. In questa seconda vecchiaia della modernità che noi viviamo, la questione della velocità non è il sentire, ma lo smettere di sentire. Il fine è unificare il mondo in una rete che diventi un punto. Essere in tutti i luoghi, ma esserci allo stesso tempo. Ovviamente questa è un’utopia, ma è nella direzione di questo sogno che ha lavorato tutta la telefonia, dalla sua invenzione. Internet è la realizzazione di una compresenza contemporanea di tutti gli utenti in un luogo che è un punto comune. Il nostro mondo vuole, pensa che sia buono che le presenze siano accessibili e transitabili. Ci siamo abituati a credere a presenze surrogate, come alla voce al telefono, ad esempio. Gli inizi del secolo sono stati caratterizzati da questo allenamento popolare ad accettare delle presenze defisicizzate. Il prezzo da pagare per una velocità che fa collassare le distanze è quello di rarefare i corpi. E di sostituirli con qualcosa che ne è un’impronta, un'immagine, un’orma traslata. Il nostro mondo è molto più ascetico di quello che si creda, in questo senso. Crede che del corpo di debba e si possa fare a meno, che lo si possa sublimare in internet, al telefono, nelle fotografie. Questa disincarnazione non è una scelta primaria, ma una conseguenza dell’utopia dell’ubiquità.

Alcune parole su questa utopia. Quando la definisco utopia voglio dire che è un sogno condiviso e in qualche modo preparato da molti secoli di fantasie. Jules Verne, nei suoi romanzi, ne è il vero divulgatore, ma tutta l’Europa sognava da tempo quest’idea nella proiezione sugli esotismi, nell’invenzione del resto del mondo come altrove a cui ricorrere nei momenti di crisi. L’evasione è un sogno costante che il mondo europeo cova nelle sue istituzioni e nei corpi dei suoi componenti. Jan Hacking ha studiato la frequenza di una patologia di "fuguer" di uomo in fuga, vale a dire di individui che, agli inizi del Novecento cominciavano a camminare per allontanarsi dalla città e perdevano la consapevolezza per ritrovarsi dopo una settimana di peripezie a Mosca o più lontano. L’ubiquità che è coltivata in questo modo, non a caso richiede la perdita della coscienza. Perché, è perdendo la coscienza che si annulla il senso della distanza, che il nostro traslarci da qualche parte diventa automatico e senza il percorso da fare nel mezzo. Analizziamo ancora più in dettaglio questo termine, "ubiquità". Dentro c’è un desiderio d’infinito, di un infinito immanente, si tratta cioè di sperimentare lo spazio infinito per quanto è concesso a noi umani, cioè lo spazio di tutto il mondo. Questo desiderio che ci fa un po’ somigliare a Dio, non è strano per un essere che si è sempre accettato poco con i suoi limiti e ha molto di poetico e di profondo. La voglia di mondo, la voglia di uscire dai ristretti confini del conosciuto e del sicuro è una voglia di "Fuori", cioè di evadere dall’egoismo dell’identità, come direbbe Levinas.

La questione è che questo desiderio deve fare i conti con la sostanza del mondo. Realizzare l’ubiquità senza passare per la carne del mondo, le sue incredibili e difficili differenze, il fatto che i luoghi richiedono conoscenza, esperienza, frequentazione significa avere solo un’illusione della ricchezza e profondità del mondo. Questa è un po’ l’ideologia imperialista di questo vecchio inizio di secolo. Credere che la velocità con cui si raggiunge un luogo sia garanzia d’accesso ad esso: dietro alla protervia imperialista che fa intervenire in paesi lontani con i propri eserciti c’è la pretesa assurda di riuscire ad essere consapevoli automaticamente di tutti i luoghi.
E l’ideologia orrenda che tutti i luoghi siano ormai uguali tra loro. È recentemente uscito un libro che sostiene che alla base dell’idea che i popoli nativi siano in via d’estinzione c’è una precisa intenzione di estinguerli che data dal colonialismo. Dicendo che queste sono culture che vanno sparendo, le si condanna davvero a sparire, le si relega a uno sguardo nostalgico che impedisce di comprendere la vitalità e la capacità delle stesse culture di adattarsi. Un esempio. Da almeno cinquant’anni gli antropologi sostengono che lo scambio di doni rituale su cui si basa l’economia della Melanesia sia in estinzione. Ebbene una recente ricerca dimostra il contrario e cioè che essa si sta espandendo addirittura in Australia. Occorre però che non confondiamo questa protervia imperialista e colonialista con il fatto che i traffici, i viaggi, la circolazione delle persone e il desiderio di mondo abbia una componente più profonda, generale, popolare. C’è nella voglia di mondo una magnifica maniera di andare verso l’altro e di sperimentare il bisogno di rinnovamento della nostra piccola identità.
Quindi salverei l’utopia dell’ubiquità, sottraendola a coloro che la vorrebbero vendere come una facile conseguenza dell’annullamento delle distanze. Ho molto lavorato sugli effetti del jet-lag, della fatica cioè che ci vuole per passare da un luogo ad un altro, di passare da una cultura ad un'altra. Il jet-lag è la garanzia che la nostra voglia di ubiquità non dimentichi che siamo fatti di corpi e che la velocità delle nostre sensazioni ed emozioni è diversa, costante, non accelerabile dalla velocità dei mezzi di trasporto. Anche quando proviamo una vertigine è perché sentiamo questa differenza. Allora va bene l’ubiquità, ma con i mezzi dei nostri corpi.

Franco La Cecla, Antropologo e architetto

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