La viaggiatrice non conosce la Macedonia, non conosce ancora la sua capitale ma sa qual è la sua compagnia telefonica. Un viaggio nei Balcani forse farà sopportare caldo e stanchezza alla viaggiatrice, patire venti esagerati e viaggiare colma di speranza entrando nell'ignoto, con poche informazioni. E tutti i progetti, le protezioni, le garanzie non servono a nulla. Dopo anni di battaglia, la viaggiatrice si rende conto che non è lei a mettersi in viaggio, ma è il viaggio a mettersi dentro di lei. È questo l'incanto della mappa: vedere l'altro lato dell'orizzonte, dove tutto è possibile. Si dice che una barca ferma non fa viaggio. Infatti, ma si prepara a farlo.
La viaggiatrice di riempie di buon'aria il cuore, come chi issa le vele per prendere il vento del largo, e fa rotta verso la Macedonia.
Ha scelto di arrivarci con lentezza, scegliendo a caso le coincidenze di viaggio fra metropolitana, treni e aerei, attendendo, facendo passare le ore tra una coincidenza e l'altra, arrotolando il tempo come un rocchetto di filo perché la Macedonia affonda le sue radici in un passato tanto lontano che bisogna avere tempo per conoscerlo; pensare di percorrerla lentamente significa vedere scorrere davanti al proprio occhio Alessandro Magno, il monaco medievale e i gran visir ottomani, il pascià turco e Madre Teresa. I viaggiatori sono tempo rappreso, non solo persone, anche i luoghi sono tempo rappreso, tempo plurimo. Non è solo il suo presente Skopje ma pure quel labirinto di tempi ed epoche diverse che si intrecciano in un paesaggio e lo formano, così come pieghe, rughe, scavate dalla felicità o dalla malinconia non solo segnano un viso, ma sono il viso di quella persona. Paesaggio come viso, l'uomo nel paesaggio come l'onda nel lago. Il pullmino percorre in solitudine e libertà lo spazio metropolitano della capitale. La notte arriva e sorprende insieme all'odore dei Balcani che esala dalla strada e la viaggiatrice avrebbe voglia di seguire come un cieco il proprio olfatto, e di andare senza sapere esattamente dove. La percezione di non essere, il sentirsi fantasma che accompagna nella sosta in questa nazione dà la sicurezza necessaria per tracciare sulla cartina un percorso che va dall'albergo all'ipotetico limite del fiume Vardar.
Dove andare? Ancora non si sa. L'importante è scivolare nella totale non-sintonia che subito s'intravede tra un luogo e un altro di questa città. Skopje è una città per viaggiatori di professione, una città per chi ha la vocazione alle rotte inconsuete. La viaggiatrice lenta sa che non deve avere programmi fissi, il suo scopo è quello di non arrivare. Vecchi idranti buttano acqua su marciapiedi dissestati. Arredo urbano poco e malconcio. Uno sciopero degli operatori ecologici passerebbe inosservato. Colorati e insoliti manifesti di pubblicità elettorale sorridono e promettono, le case sono mezze fatte, case sporche di condono, mattoni che insultano. Pezzi di terra da preservare, recintare e immolare alla quiete dell'occhio.
Certo la viaggiatrice non si lascerà impressionare da tutto questo, intende scoprire la bellezza nei luoghi più improbabili. Quando vede la chiesa di San Salvatore penserà definitivamente che l'uomo infondo debba vivere tra la bellezza. Li forse si rinsaldano le fedi. Che in quella chiesa si rinsalderebbero i motivi per avere fiducia nella permanenza della bellezza, su questo la viaggiatrice non ha dubbi. Al primo ponte del centro cittadino, verso nord c'è la città vecchia sovrastata dalla fortezza di Kale, di quindici secoli fa. Sulla riva destra il palazzo dell'amministrazione delle poste, un'autentica dichiarazione d'amore per il cemento, diviso equamente in torri, vetrate, guglie e oblò. Due traverse più in là c'è la vecchia stazione, che per metà è un museo e per l'altra metà è ancora distrutta dal terremoto del 1963, che ha fermato l'orologio alle 5.17 del mattino. Non sarà mai riparato e passeggiando per la città la viaggiatrice scoprirà che sono rari gli orologi funzionanti. Anche questo ha un senso: Skopje vive in epoche così diverse. Dall'altra parte della strada, di fronte a un centro commerciale passa sferragliando un carro rom con cavalli. C'è la city, c'è l'angolo senza tempo.
La dimensione del tempo a Skopje è sospesa tra i fantasmi della vecchia città ed il suo presente di importanti attese; ma anche di un tempo oltre il tempo, in cui gli incontri e il fluire della vita non avvengono sulla linea convenzionale di quell'orologio che si è fermato alle 5 e 17. Sarà la vita a sbloccare il meccanismo di un orologio fermo nei Balcani dove il passato s'identifica con l'Impero Ottomano, dove i ponti e le moschee si sono congiunti con le chiese medievali come le tradizioni ottomane di vita si sono fuse con la cultura medievale ortodossa. Ci sono luoghi che affascinano perchè sembrano diversi e altri che incantano perché risultano familiari. Alla viaggiatrice la Macedonia sembra il luogo natio. Piuttosto che badare a dove mette i piedi la viaggiatrice si preoccupa di trasportarsi indietro nel tempo, quando per quelle vie passavano altre genti che, certamente si salutavano (in quale lingua?) e andavano a lavorare nei campi e nelle rozze botteghe, pensando a campare. La viaggiatrice cammina sopra il romano ponte di pietra che permette di accedere alla città vecchia passando sopra il fiume.
Questo ponte lega la terra con il cielo, piccola la sua mihrab con
iscrizioni tratte dal Corano, di ringraziamento a Dio e richiesta di benedizione per tutti i passanti; oggi è un corridoio di civilizzazione, oggi i suoi archi uniscono l'Europa con l'islam, uniscono i miti ellenici a quelli romani, i cristiani ai bizantini. Rosa il cielo della sera in cui affondano le massicce spalle della città di Skopie, rosa tenue, aranciato di sole che si incendia nelle stradine del logorato e intenso quartiere del bazar orientale vivace con botteghe dai nomi greci, bulgari e turchi. Oh quanto è bello il Bazar di Skopje, non si può trovare di meglio né a Salonicco, né a Costantinopoli! recita una vecchia canzone tradizionale. C'è ancora tanta luce diurna, è una luce immobile, come se il suo latore si fosse fermato per concedere il tempo di arrivare al bazar. È un favore di cui la viaggiatrice rimarrà in debito per tutta la vita. Qui in basso stretta nei vicoli, la passeggiata della viaggiatrice sfugge al controllo preciso di una volontà perché non saprà se al primo incrocio incontrerà Josip che le offrirà quel tè. Che felicità il pomeriggio in questo mercato, sormontato da cupole timuridi verdi dei bagni di Dahut Pasha; la viaggiatrice vede angurie magnifiche ai piedi delle cupole. Questo bazar rivela quanto di ciò che noi siamo viene da qui: pesche, uva, albicocche, e un bendidio di legumi, erbe, spezie.
La cosa che impressiona è la dolcezza di questo bazar e di case rustiche dove un esterno di mura cieche protegge un vociare di cani, bambini e feste, pergole di uva, alberi di gelso. Appena si apre un portone viene una grande voglia di essere invitati e spesso accade. Si vive una bella sensazione di atmosfera e di odori, uno straordinario misto di facce turche, albanesi e slave che sono state di una complessità che non lascerà più la viaggiatrice: sono le folle, le facce e la diversità delle storie umane. Viene voglia di trattenercisi, nelle cupe traverse, nei vicoli inquietanti, nelle scale e trattenersi finchè non si sarà imparato perlomeno le prime parole di questo immenso discorso di case, di persone, di storie, di risate e inevitabili pianti. E Mustafa Pasha è ancora vivo tra gli zigomi di un ragazzo che ascolta il pop turco e la barba macedone del contadino che porta al mercato le angurie.
Andando incontro a ciò che capita si ricevono doni inattesi, ci si abbandona lietamente all'esistenza, ci si può anche abbandonare ai giochi di parole di un tranquillo tessitore, che con una lingua incomprensibile e dolce mostra i suoi tappeti alla viaggiatrice, una leggera confusione prende nella contrattazione del prezzo, lui spera e intanto l'acqua bolle in fretta nella teiera. La viaggiatrice fa domande stupide che si fanno in questi casi, vive qui da molto, ha figli, Josip si toglie il cappello e mostra le foto, chi sei tu, chi sono io...e perché ha quattro figli e una figlia, e il suo sorriso nel chinarsi dall'altra parte del banco esprime una grande, solenne, soddisfatta felicità. Non simula e non ha motivo di simulare. Se sente questa felicità significa che ce l'ha davvero. Josip ovvero la sciolta vitalità di chi gode le ore che scivolano via pigramente, i passi senza meta, il tempo che si consuma come un tè sorseggiato lentamente in un bicchierino di vetro. Mentre il destino preparava quell'inquadratura, la viaggiatrice e il suo tessitore si preparavano al migliore dei tè dotato della più grande virtù dei tè: non resisteva ai viaggiatori, né questi resistevano a lui.
Come esprimersi al di là della lingua? Come tradurre il tempo bevuto a fondo nel tè senza assilli da fuggire né mete da raggiungere, tempo buttato spensieratamente come il soldo nel cappello del povero? E se Josip un giorno si recherà fino a Milano avrà la sensazione di aver fatto un viaggio fino a Marte. La viaggiatrice capisce che se un uomo possiede la vera sapienza, può godere l'intero spettacolo del mondo seduto su una sedia, senza saper leggere, solo con il fatto che l'anima non sappia essere triste. Non era una giornata che stava per finire, era morbidezza, era sostanza, erano molteplici sapori combinati, tutti sublimati in quella teiera calda che alimentava il corpo e riconsolava l'anima. Il tè di Josip! La viaggiatrice nota una scritta sopra il bancone della bottega: free drinks tomorrow. La speranza richiede pazienza. Di questa erranza di un sol giorno e una notte illuminata da piccola luna, rimane il ricordo di vento implacabile, capace di influenzare l'esistenza.
Perché ognuno è come la sua terra e la sua aria. Ognuno è
come è, basso o alto il suo cielo, l'aria greve o chiara, il vento che è presente o assente. È questo che fa le persone. In Macedonia c'è una pace eccessiva. Ritorna alla Terra la viaggiatrice, adesso su di un treno nello sporco della stazione di Roma, odore di Italia, odore di viaggio finito. Il tempo si dilatava ancora. Quanto manca? Il treno era partito e quindi sarebbe arrivato. Quando la viaggiatrice torna a Brugherio, si stanno spegnendo i primi lampioni, ancora serrande semialzate e quel rumore del giorno umano che aumenta, come il suono di un campanello che chiama. Sente la fresca spossatezza del vagabondo fra l'erba alta, il torpore del contadino nel pomeriggio tiepido e lontano, la delizia dello sbadiglio che pesa sugli occhi stanchi. Free drinks tomorrow. La speranza richiede pazienza, questo era tutto.